escripta

In cima alla poesia

Xenopoiesi: Giulia Casartelli, Clementina.

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Dipinto di Eva Marathaki

Clementina.

Clementina lasciava che fosse la luce del sole a svegliarla da quando aveva preso possesso di quell’ala della villa. L’aveva scelta perché guardava l’est e per la vasca da bagno. Un’enorme vasca da bagno in ceramiche di Capogrossi.

Quando era bambina, la nonna le raccontava sempre la storia di quella vasca. La ricordava seduta sull’ampio bordo di tridenti colorati, l’abito a fiori indaco che esaltava le spalle. Una manica rimboccata per assicurarsi che l’acqua non fosse troppo calda. Lo sguardo dolce a rammentarle di gettare gli abiti della giornata nella cesta dei panni sporchi e preparare accappatoio e asciugamani bianchi sull’ottomana.
La voce profonda e autorevole a nobilitare quelle piastrelle a pegno d’amore: ancora non erano stati ultimati i lavori di ristrutturazione della villa, anni addietro, quando il nonno s’imbatté per caso in quelle meraviglie nella Riviera di Ponente. Durante uno dei tanti viaggi intrapresi per dovere e proseguiti per piacere. Ne rimase così catturato che le fece imballare e spedire subito alla nonna, con l’usuale filo d’edera a farne da sigillo. Il nonno aveva un amore viscerale per gli oggetti; una volta scelti non era più in grado di separarsene, come con le donne. La nonna era la donna che aveva scelto per custodire i suoi oggetti. Ogni dono garantiva un ritorno, che la nonna celebrava con orchidee fresche a cingere il portone d’ingresso.

Clementina teneva ancora vicino alla vasca il catino d’ottone con cui la nonna le sciacquava i capelli. Le reclinava il capo e versava l’acqua tiepida. Lentamente. Le poggiava una mano sulla fronte per proteggerle gli occhi. Lei intanto aspettava che qualche goccia scivolasse giù verso le orecchie, le riempisse e portasse lontano la voce della nonna per qualche istante. Guardava in alto. Al lucernario che stava esattamente sopra la sua testa. Il bagno era ogni giorno alle sette, il rituale che la liberava dai pomeriggi di giochi con i suoi cugini. La luce che cadeva da quella finestra scandiva le stagioni. Aspettava che arrivasse l’inverno, quando i tramonti non piovevano più nella vasca. La nonna accendeva solo le candele per farle vedere meglio la luna e le stelle. Il lampadario rimaneva sempre spento, con grande disappunto della mamma che non capiva come ci si potesse sgrassare per bene in quella penombra.

Guardava il cielo e immaginava come sarebbe stato bello se la vasca l’avesse portata fin lassù. Quando le erano venute quelle brutte macchie sulla pelle che la facevano grattare fino a sanguinare, la nonna l’aveva condotta a Bruxelles per farle vedere il dipinto di quell’illustro tizio a mollo, con la sua stessa malattia, di cui le avevano parlato a scuola. “Sei in buona compagnia Clementina!”. Si era convinta che sarebbe finita così. A volare in una bellissima vasca da bagno per non pensare al suo dolore.

La villa era quello che le rimaneva della sua famiglia. Aveva venduto tutto il resto per non dover più badare a come sopravvivere. Chi amava gettare parole al vento non si capacitava che una persona così assennata avesse potuto liberarsi di un patrimonio costruito con tanta fatica, per trascorrere le sue giornate in solitudine. Ma i più non avevano commentato. Fin da piccola aveva fatto in modo che la gente non parlasse di lei, se non per tesserne le lodi.

Aveva concentrato il suo mondo in cinque delle numerose stanze della casa.
La sala del biliardo, quella del camino e i piccoli salotti dove per anni si era nascosta a scrivere delle sue future avventure nella vasca, vedevano invece la luce un solo giorno all’anno; prestando l’ombra alle altre. Il 21 di marzo, data in cui, ormai da anni, la villa si concedeva al paese per la festa degli alpini. Era anche il giorno del suo compleanno: “Hai voluto nascere prima del previsto per garantirti questa bisboccia a vita eh!” le diceva la nonna.

La sua vita in quella casa era un cerimoniale quotidianamente identico. La sveglia con i primi raggi del sole. Dormiva rannicchiata. I pugni sotto il mento e le ginocchia in grembo. All’estremità sinistra del letto, vicina alle grandi finestre che davano sul giardino. Qualche esercizio nel tepore delle coperte per coccolare i muscoli. Si distendeva indisturbata. Dal giorno in cui aveva aperto un piccolo astuccio di velluto rosso e non aveva permesso che il rubino che ne era custodito cingesse il suo anulare sinistro, quel lato del letto era rimasto vuoto. La cesta di vimini, con cui i neonati della famiglia avevano fatto il loro ingresso in casa per generazioni, aveva accolto da quel momento le scatole colorate della sua collezione di cartoline. Le sue preferite stavano nella scatola blu: corrispondenza familiare. La minuscola biancheria ricamata, su misura per la cesta, si era aggiunta alla montagna di stracci con cui Agostino, che da anni si prendeva cura dell’orto, dava nuova vita allo spaventapasseri Arturo.

Indossava la vestaglia che ogni sera lasciava ai piedi del letto. Poi si dirigeva verso la stanza da bagno. L’olio per ammorbidire la pelle. Un po’ di talco per respirare il pulito. Prendeva il pettine di legno intarsiato che le aveva regalato Suruchi alla sua partenza da Bombay, dopo mesi di lavoro insieme. Si spazzolava i lunghi capelli e si guardava allo specchio. Si guardava negli occhi. E si domandava perché in tanti li trovassero severi.

Poi l’accurata scelta dei vestiti. Aveva riservato una stanza ai suoi abiti, che teneva in un armadio aperto. Amava vedere camicie e scialli ondeggiare al vento. Aveva sapientemente posizionato le minimali strutture del guardaroba all’incrocio di due finestre. L’indaco della nonna apriva le danze. In certi momenti della giornata questa stanza diventava il suo teatro delle ombre. Si sedeva sulla poltrona di pelle lì davanti, in rigorosa corrispondenza dell’impronta che aveva lasciato il papà, con anni di lettura e sigarette. E lì pensava a quali fiori avrebbe fatto cogliere ad Agostino da portare al cimitero per lui e la mamma. Ci teneva che ogni giorno fossero diversi. Qualche volta consultava le lettere di Madame Montagu a ispirazione della scelta.

Poi la colazione. Camminava sempre scalza. Aveva fatto in modo di coprire il lungo corridoio tra la camera da letto e la cucina con i due tappeti ricevuti in dono dalla famiglia che l’aveva ospitata nel sud est della Turchia. Non aveva raccontato a nessuno di casa di quel suo viaggio, per risparmiare l’ennesima preoccupazione. Le piaceva che la solleticassero mentre ne percorreva le trame geometriche. Portava sempre dello smalto rosso cardinale. Ricordava la prima estate in cui l’aveva sfoggiato al mare come dichiarazione aperta del suo essere diventata una signorina. La complicità della mamma e gli occhi preoccupati del papà. Arrivava in cucina, preparava la caffettiera. La spremuta nei bicchieri di vetro colorati che la nonna usava per le grandi occasioni. Olive, formaggio bianco e cetrioli nei piatti di ceramica col profilo d’oro. Solo d’inverno un’aringa o del salmone. “Vedi ad andare troppo in giro! Si finisce a scambiare la colazione per il pranzo!”. Ricordava come la canzonava il nonno quando ormai, costretto in casa per i troppi acciacchi, presiedeva la cucina. Il quotidiano già sul tavolo, lasciato da Agostino con un po’ di frutta fresca, la posta e i libri dalla biblioteca che avrebbero riempito la sua giornata nello studio. Prendeva posto alla scrivania e lì rimaneva per ore. Leggeva. Leggeva. Non scriveva più. La macchina da scrivere che aveva ricevuto per la sua laurea si era trasformata in un ferma porta.

Alle sette si alzava. L’orario del bagno. Indossava l’abito a fiori indaco della nonna e iniziava a far scorrere l’acqua. Una manica arrotolata a controllare la temperatura. Intanto preparava accappatoio e asciugamani bianchi sull’ottomana. Poi lasciava che i fiori indaco cadessero sui tridenti colorati e s’immergeva. Dalla scatola di madre perla appoggiata sul bordo della vasca prendeva due manciate di sali da bagno. Li preparava personalmente. Aveva sperimentato varie combinazioni fino a trovare quella più clemente con la sua pelle: sale rosso, polvere di zafferano e chiodi di garofano. Abbandonava i pugni sul fondo della vasca e piano piano allentava la presa. Guardava l’acqua diventare lentamente rubina. Il colore spandersi chicco dopo chicco, in filamenti che le avvolgevano il ventre. Si lasciava ipnotizzare. Poi agitava le gambe per rompere le righe e far sì che il colore diventasse omogeno.

Lasciava che il suo corpo si abbandonasse completamente in quella pozza scarlatta. Lo sguardo fisso davanti a lei. Vuoto. Stava lì, immobile, pesante, carica di rosso. Quando la pelle era ormai raggrinzita, chiudeva gli occhi e afferrava il tappo della vasca con le dita dei piedi. Lasciava che il rosso la portasse via. Aspettava che il livello dell’acqua scendesse fino a scoprire il corpo e lì spalancava gli occhi nuovamente. Al freddo e agli aloni cremisi. Rimaneva lì. Si compiaceva in quella stasi. La casa nel silenzio. Il lucernario oscurato non scandiva più le stagioni. Il lampadario acceso. Ogni giorno identico all’altro.

Poi si alzava di scatto, usciva dalla vasca e con gli asciugamani bianchi presi dall’ottomana si levava di dosso tutto quel rosso. Cominciava dalle braccia. Poi le gambe. Fianchi. Seno. Buttava gli asciugamani nella cesta dei panni sporchi richiudendola per bene, in modo da non poterli nemmeno intravedere.

Indossava l’accappatoio. Si guardava allo specchio a lungo, spazzolandosi, e si dirigeva verso l’armadio aperto. Sceglieva con cura un abito e, scalza, ritornava in cucina seguendo le geometrie dei tappeti. Preparava la cena con quello che Agostino le aveva lasciato. Il vino nel calice colorato a fianco ai fornelli. Imbandiva la tavola con la tovaglia bianca siglata e i piatti con i fiori. Il rumore delle stoviglie la riportava ai pranzi affollati di quando era bambina. Dopo la cena tornava nello studio, sceglieva un disco e lasciava che suonasse fino a che non la coglieva il sonno. Seguendo le geometrie dei tappeti si andava a coricare.

Anche quell’anno era arrivato il 21 marzo. L’unica ricorrenza in cui le tende della sua stanza rimanevano chiuse. Così come quelle di tutte le finestre che davano sul giardino. La svegliavano i rumori dei pneumatici che sulla ghiaia percorrevano il lungo viale verso l’ingresso della villa. L’allestimento della festa iniziava presto. Agostino faceva gli onori di casa. Lo sentiva salutare tutti. Ormai nessuno chiedeva più se Clementina sarebbe scesa. Intanto gli esercizi nel tepore del letto. La sala da bagno. L’olio e il talco. La spazzola. Gli abiti, il teatro delle ombre, la scelta dei fiori. Le geometrie dei tappeti. Il caffè, la spremuta. Olive, formaggio bianco e cetrioli. Il quotidiano, i libri e la posta. Una sorpresa: una cartolina di una missione inglese a Calcutta.
21.III.2014

Questa arriva da un antiquario di Ostuni.
Riponila nella scatola rossa, quella delle cartoline coloniali.
Ti sogno spesso, impegnata nella tua decorosa distruzione. E mi dici addio ogni volta, perché il nostro amore è l’unica cosa che hai deciso di non consumare. Io so che è l’unica cosa che non ti avrebbe permesso di consumarti.
Sono certo che spegnerai le tue ventisette candeline elegante come sempre. Ti immagino in fiori indaco. Forse gli unici che hai lasciato vivere in quella casa.
Buon compleanno.

Per sempre tuo,

O.

Raccoglieva i libri e andava nello studio. Aspettava le sette. Quel giorno ancor più degli altri.

 

 

 

Istanbul

Istanbul-Sunset

“Ero nella città più bella del mondo, catturato dai suoi complessi arabeschi, dalla sua geografia tortuosa, da quel passato che sfoggiava e al tempo stesso demoliva, senza saperlo comprendere.”

“Non voltarti mai” mi disse, mentre mi allontanavo ancora sconvolto dalla paura, marmorizzato negli arti e nel pensiero da quell’imboscata. La rabbia non aveva ancora preso piede, non aveva ancora attecchito in alcun modo nelle mie colate laviche di ragionamento, nel mio ininterrotto flusso di spiegazioni, di interpretazioni. Era accaduto qualcosa di imprevisto, così difficile da sezionare in minuscole porzioni risolte e così grande da non poter essere visto da tanto vicino. Avrei dovuto allontanarmi, ma verso quale direzione? In fin dei conti lo stavo già facendo, ero già lontano, ma non bastava. Perché era successo? Mi trovavo smarrito nel dolore, in una pozza di incomprensibile fango che mi risucchiava nelle sue viscere, roboanti.
La violenza subita, quei colpi sferrati in silenzio, senza una coordinazione elegante, meccanismi ruggini unti dal solo sudore dello sforzo, della disperata ricerca della morte. La mia morte.

Ero in una città infinita, dove tutto si perde, dove tutto si riprende. Ero smarrito in una città che non sapeva che farsene di me, che mi aveva bloccato alla frontiera. Ero nella città più bella del mondo, catturato dai suoi complessi arabeschi, dalla sua geografia tortuosa, da quel passato che sfoggiava e al tempo stesso demoliva, senza saperlo comprendere.

I miei primi passi erano rapidi, rigidi e cercavo soltanto di macinare terreno, di divorare gli spazi che mi si stendevano dinnanzi, sperando di giungere prima possibile lontano da quegli odori acri e da quelle voci che urlavano la loro fame, la loro ira, il mio valore sciupato, le mie parole perdute ed i gesti, mozzati, come le mani d’un ladro. Iniziai ben presto a correre, senza nemmeno accorgermene e in un batter d’occhio mi ritrovai senza fiato, dopo aver lasciato alle mie spalle migliaia di spaghi d’erba che trafilavano dalla terra umida e scura, dopo averli calpestati senza remore, deciso a piegarli, a prostrarli. Ancora col fiato corto, fui preso dalla convulsa pulsione di calpestarli tutti, di strapparli, di far loro sentire il mio peso, di impedire a loro di vivere, come era stato fatto a me. Migliaia di lamelle chine, spade spezzate, affronti dimessi.
Ero vivo, sì, ma le mie convinzioni erano città distrutte, frantumate, calcinacci in grumi fumanti dai quali si levava un pulviscolo tossico. Case e palazzi che non potevano essere mai più abitati, strutture che non potevano più sorreggere nemmeno uno di quei fili d’erba. Città che non avevano più alcun senso di essere tali, costruzioni che rimanevano un monito, monumenti della rovina e rovine di monumenti al tempo stesso. Ovunque la polvere seccava i lamenti come il legno rappreso che scricchiola muto. Ovunque anfore di sangue rappreso, saline di lacrime arse.
Ero disperato, frustrato, infuriato, confuso. Ero confuso perché non sapevo indirizzare la mia agonia, perché non avevo che un volto diafano, scavato dalle esondazioni, da uno sguardo che slavava verso un ghigno teso.
Continuai a correre, a camminare ininterrottamente senza meta. Lontano, sempre più lontano.
Avevo sete, ero fragile e col ventre solcato da scimitarre tese, intrappolate nella mia pelle: costole in allerta come la presa di mani protese nel gesto di cingere l’acqua e di vederla svanire tra le dita. Costoni, archi a volta di basiliche vuote, saccheggiate e profanate, dove aleggiavano sospese le liturgie smarrite, come quella fame mai saziata che ha il gusto delle fibre di vetro morse da labbra sfregiate.
Mi trascinavo implorante, solcando una scia che si è persa tra i vicoli maleodoranti, tra quell’incastro di vite insalubri.
Volevo la verità, volevo i suoi cieli tersi, la sua acqua che irradia fresca, tracimata dai riflessi di un sole che la veste di uno sfavillìo estatico. Volevo il suo cristallo in cascate, quel suo nettare albino, quegli sciami d’ossigeno che si spargono tra la bruma spumosa di quelle nubi levigate. Volevo ingoiare senza ritegno, volevo averla dentro di me, volevo che mi si intridessero le pareti del suo colore, perché mi si stingesse quella cenere sul volto, quelle incisioni di scolo che mi fendevano la faccia, steli stropicciati di quei due fiori che non hanno mai potuto fare a meno di non voltarsi.
“Non voltarti mai”, mi disse ed io rimasi con lo sguardo fisso sulle sue labbra, senza mai distoglierlo. Obbedii, mantenendo gli occhi sui bagliori, finché la luce non scomparve, raschiandone tutte le tracce.

Istanbul

Come in una liturgia
dove il passato mormora
vibrato tra le redini,
mi piove il tuo ritorno,
che nemmeno il Sol non sa celare;
sedimentato in strati
dilavati in limatura
ora spargi propagando
in densi nembi biancolori
soffiando frastagliata
quella cenere in vapore.
Guance gonfie
di vetro
come cupole roventi
forgiate da canneti
di minareti in controluce.
E son quei venti
lastricati,
che merleggiano i tuoi orli,
a strinarmi inviperiti,
a sberciarmi spudorati
cadenzando a sòn di abbagli
che si credon esser astri,
da che invero splendon certi,
ma al tramonto della luce
ti si stingono dimessi,
levigati da un ritorno
che nemmeno il Sol non sa celare.

Xenopoiesi: Giustina Selvelli, “Per chi canta il muezzin a Veles?”

"...e la bellezza dei suoi paesaggi mi aveva folgorata nella luce color pesca del mattino incipiente..."

“…e la bellezza dei suoi paesaggi mi aveva folgorata nella luce color pesca del mattino incipiente…”

Veles giunse a me per la prima volta molti anni fa sotto forma di visione semimistica quando, travolta da un’ondata di energia improvvisa ed abbagliante, mi svegliai in un’alba di fine luglio a bordo di un treno che mi portava da Belgrado a Salonicco, percependo la presenza di quel luogo in tutto il suo potenziale epifanico. Era la prima volta che il destino mi portava ad attraversare la Macedonia, e la bellezza dei suoi paesaggi mi aveva folgorata nella luce color pesca del mattino incipiente. Non avrei più dimenticato quel piccolo scorcio di verità, una consapevolezza improvvisa mi si era impressa come un timbro deciso fra le pieghe più recondite del mio passaporto interiore. Ma l’avevo solo sognato o era successo davvero?

Qualche ora dopo, giunta a destinazione nelle coordinate spazio-culturali di un’ “altra” Macedonia, rimuginavo sul miraggio di quel fiume che avevo intravisto placidamente scorrere parallelo alla linea del treno, sul gregge di pecore al pascolo e sui pittoreschi personaggi che popolavano la riva rigogliosa da cui era scaturita una tale suggestione. La solitudine del momento dromomaniaco si presentava come condizione ideale per meditare e fantasticare, ma di certo non fungeva da garante alla veridicità delle mie percezioni sensoriali. Con il passare delle ore queste si erano via via espanse, arrivando ad abbracciare ben di più dei contorni di un’immagine visuale, includendovi suoni, aromi e gusti di quell’estate balcanica che volgeva al più completo stadio di maturazione, fuori e dentro a me. Veles era diventata più di un luogo, corrispondeva ormai ad uno stato dell’anima, le sue sillabe un rintocco alla magia pulsante ed indomabile nel cuore della mia amata penisola di formazione.

Anni dopo, il miracolo della sua apparizione si ripeté in modo del tutto inaspettato, quando nuovamente di passaggio per quelle terre a bordo di un bus locale mi risvegliai all’improvviso dopo ore di sonno profondo, esattamente alla stessa altezza in cui mi aveva afferrata tale visione qualche anno prima: questa volta Veles era alla mia destra, e per un attimo pensai che si trattasse di un sogno; eppure avevo visto esattamente le stesse promettenti bellezze, nell’identico punto di un tempo. Come spiegare tutto ciò? In preda all’emozione, nonché a peculiari tendenze ossessive, mi consultai con alcuni amici. Uno di loro non si mostrò eccessivamente stupito e mi assicurò che cose del genere capitano, si trattava di un noto fenomeno paranormale, esistendo al mondo luoghi catalizzatori di energie particolari, io ero evidentemente sintonizzata su una particolare lunghezza d’onda affine a quello di Veles, che aveva un suo messaggio di verità da comunicarmi. Un altro amico invece si burlò di me, sentenziando che mi ero sognata tutto: a Veles c’erano solo poche casette messe in croce, tetti spioventi in tipico stile macedone, un piccolo ruscello fangoso e decisamente nulla di bucolico.
Preferii credere alla prima spiegazione e mi decisi che prima o poi avrei trovato il modo per tornarci e questa volta fermarmi, capire se Veles potesse essere la stessa anche al di fuori di quell’alterante dimensione in movimento.

Per anni le rotte della mia vita mi portarono molto vicina a lambire le sponde di quel sogno, ma non ebbi mai la fortuna di poterlo guardare ad occhi aperti. Mi nutrii del suo ricordo e della sua poesia, ritrovandola brillare con enorme sorpresa fra i versi di un mirabile poeta, istanbuliota di parziale origine balcanica, Adnan Özer, che qui aveva trascorso dei giorni in tutt’altra stagione, climatica e storica rispetto al mio incontro con quel luogo, percorrendo a ritroso i cammini che avevano compiuto i suoi antenati esiliati dall’impero in frantumi: “A Titov Veles, nella casa del poeta Koço Ratsin/ muore dentro me qualche altra ombra bugiarda/ nata con l’orgoglio di incontri, di separazioni. Una gelida fine d’autunno, qui,/ guardando i generosi cucchiai, alla vita dono/ pure l’ultimo luccichio che attendevo dall’amore.” I versi di Adnan mi confermavano la possibilità che quel luogo magnetizzasse particolari momenti di ispirazione, elevazione ed autocoscienza, validando dunque la spiegazione alla quale avevo voluto fermamente credere. Eppure vi apparivano anche elementi ben più terreni, primo fra tutti l’umiltà delle dimore macedoni a fare da sfondo ad una poesia che si era nutrita della materia più essenziale e veritiera del luogo. “A Titov Veles, nella casa del poeta Koço Ratsin/ mura stuccate in stile balcanico/ con la spensieratezza del sole./Ecco la realtà dentro la luce industriosa”. Una verità ospitava l’altra, sarebbe stato ingenuo credere di poter separare la poesia dalla realtà, la sfida stava forse nell’amalgamarle assieme in una forma di simbiosi ininterrompibile .

Quasi dieci anni dopo la sua prima apparizione, presi la decisione di toccare con mano la materia viva e più che mai urgente di quel luogo della mente. Nel frattempo, purtroppo, qualcosa era cambiato. Qualche settimana prima, ero stata trafitta da un enorme dolore nel leggere un articolo che riportava la triste storia consumatasi a Veles, dove lo stesso treno che mi aveva ospitata nel primo viaggio ierofanico aveva falciato via per sempre le vite di 14 migranti che a piedi percorrevano la rotta illegale verso l’“Europa”, marciando disperati lungo la linea ferroviaria balcanica… La notizia mi aveva segnata profondamente, spronandomi a visitare quella località e a trovare delle risposte ad emozioni così contrastanti che non riuscivo più a trattenere.

In prossimità del confine greco-macedone, Veles sembrava ormai vicina, ma improvvisamente non incarnava più una destinazione da raggiungere, era il viaggio ad assorbire ogni mio impulso, ogni mia tensione di verità. Ed il viaggio era quello che compivano parallelamente a me le persone che marciavano incessantemente lungo lo stesso cammino, sotto il caldo equinoziale di un giugno verdeggiante, che si manifestava carico di promesse e miraggi… Decine, centinaia, migliaia di bambini, ragazzini, donne e uomini di tutte le età, camminavano sulla linea del treno, in fuga disperata dalla guerra e i suoi orrori, per raggiungere il sogno di un’Europa che ignorava del tutto le loro sorti. Io, in viaggio verso tutt’altro sogno, avevo intercettato invece il loro, e giunsi infine a Veles con un bagaglio di coscienza ben più denso, caricato sulle ruote di un immaginario che aveva espanso i suoi confini. Era la strada che aveva parlato, attraverso un dialogo polifonico che aveva disseminato le sue fervide tracce di vita dentro di me; avevo deciso di restituire ad essa le parole che avevo cercato per anni, intrecciate con quelle di molte altre anime che in quei stessi luoghi avevano invocato risposte possibili a domande assolute.

A Veles, le pecore brucavano l’erba, il fiume scorreva limpido sotto il ponte di ferro azzurro, le case sembravano sorridere ospitali, e lungo la ferrovia teatro di quel tragico incidente per fortuna non camminava più nessuno. Nel tepore del primo pomeriggio inondato di luce, un muezzin intonava il suo canto. Lo ascoltai assorta in un silenzio contemplativo, e dunque mi chiesi… Per chi canta il muezzin a Veles?

Per chi canta il muezzin a Veles?

Dietro al ponte impercorribile
a separare memoria ed oblio
giacciono i sogni dell’ennesimo miglio
macinati, consumati
dalle piante assetate di piedi in cammino
sotto le verdi fatamorgana
della primavera balcanica in fiore.

L’amara strada di ferro sibila moniti
assordanti
in lingue che sfuggono
alla lunga traccia di speranza
dipanatasi
fra Oriente e Occidente.

La voce del muezzin risuona vibrante
dal minareto in fervore
e avvolge il silenzio intraducibile
avviandosi verso i corridoi di un’Europa lontana
straniera
sommersa dal peso delle sue sbarre
dal logorio incessante e ammutolente
dei suoi confini contratti.

Xenopoiesi: Martina Cubi, “Ossessioni e altri passatempi”

" Nel cuore solo cenere, Nei polmoni aria sporca. Questa vita pare un incendio che qualcuno ha spento, ma solo dopo averlo lasciato bruciare vivo. " Foto di Roberto Tumini

” Nel cuore solo cenere,
Nei polmoni aria sporca.
Questa vita pare un incendio che qualcuno ha spento,
ma solo dopo averlo lasciato bruciare vivo. “
Foto di Roberto Tumini

Il cavoletto di Bruxelles

Lo aspetto per cena. Mi sono preparata per tutto il pomeriggio. Capelli, trucco, un vestito nuovo e un bel paio di orecchini appariscenti per far risaltare l’ovale del viso.
Tacchi, poi ciabatte, poi tacchi. Poi ho pensato che le ciabatte mi danno un’aria più accogliente. Ho fatto le fajitas e il pollo alla cacciatora.
Sono le 20.03. Non è ancora arrivato. Se non si sbriga inizierò ad agitarmi, a sudare e sarò orribile. Già ho abbastanza problemi con i capelli che proprio non ne hanno voluto sapere di essere perfetti. Lo specchio si prendeva gioco di me.
Non mi sento perfetta e questa serata deve esserlo. E se lui si fosse già stancato di me? Magari sono solo un passatempo temporaneo, magari mi crede un facile diversivo alla noia quotidiana.
Perché non arriva? Ha cambiato idea?
Cosa farò se non potrò vederlo? Non potrei mai sopportare l’umiliazione di aver preparato tutto questo per lui e poi non poterlo vedere….suonano alla porta. E’ lui. E’ lui!
Come mi metto? Gli sorrido o devo essere più sensuale? Vorrei baciarlo subito ma poi rovinerei la tensione, la tensione deve esserci.
Eccolo qui, sulla porta. Sorride. E’ proprio bello, mi piace. Mi sento come una quindicenne innamorata.
Entra in casa, mi saluta e con un gesto elegante mi passa la bottiglia di Pinot Nero che ha portato in dono. Si leva il cappotto mentre chiede come ho passato la mia giornata. Si avvicina e mi accarezza piano i capelli, poi mi bacia sulla guancia e, mentre riprendo ad ultimare i preparativi per la nostra cenetta, si accovaccia e sbircia nel forno asserendo di avere una gran fame. Si rimette dritto in piedi e si posiziona alle mie spalle mentre sono ai fornelli, sfiorandomi la schiena. A quel punto mi giro e lui mi guarda negli occhi per poi sussurrarmi delle carezzevoli sciocchezze all’orecchio per farmi sorridere.
Si siede mangiamo ridiamo mi fa i complimenti mi racconta del lavoro mi parla della macchina nuova mi sorride e sorride e sorride.
Ci alziamo e andiamo sul divano per bere un amaro e ci fumiamo una sigaretta.
Poi.
Mibaciamitoccamiprendeperifianchimispogliamimordemirespiramibisbigliaparolesensualimiafferralecoscemiscopadice”fantastico”.
Lo amo.
Dopo dieci minuti si alza, si riveste e se ne esce così: che l’indomani sul presto ha un appuntamento cruciale per i suoi affari.
Grazie mille e buonanotte.

Lo accompagno alla porta con aria ebete, con addosso solo un cuscino, tanto per coprire una parte a caso della mia nudità.
Non so cosa mi stia dicendo e appena chiudo la porta torno sul divano e mi lascio cadere a faccia in giù dove poco prima ero stata la donna più ovvia del pianeta.
Cerco di dormire ma l’ansia mi divora e mi violenta il cervello.

Il giorno dopo lo passo in buona parte a fare un balletto convulso con il cellulare. Afferrare, attivare, controllare se è arrivato un messaggio. Stare peggio. Riporre.
Ho il suo odore nella testa, sono come un bambino che fissa una pasticceria chiusa.
Verso sera rientro a casa e cerco di distrarmi. Guardo tutto quello che c’è in tv, pulisco tutto quello che è già stato pulito, mi massaggio le tempie. Xanax amico.
Di lui nessuna traccia.
Vado avanti così per tre giorni, tre.
Sempre più alienata. Sempre più abbandonata dalla luce della speranza.
Il quarto giorno trovo un bottone della sua camicia in un angolo vicino al divano della perdizione.
Lo rigiro tra le dita come fosse velenoso. Stupita, con la bocca secca. L’immagine si insinua tra i ricordi della serata, per capire quando potrebbe essersi staccato. Lo appoggio al centro del tavolino come una reliquia dell’Età dell’Oro.
Fitta allo stomaco ripensando a lui dentro di me.
Diazepam.
Il quinto giorno è tutto chiaro. Evidente e palese. Prendo la macchina e vado sotto casa sua.
Rimango lì per tutta la mattina in attesa del momento propizio.

Eccola!! La donna delle pulizie è arrivata. Lo sapevo che veniva di sabato. Scendo dalla macchina come un fantasma e scatto rapida facendo una breve corsetta per raggiungerla. “Buongiorno, cara signora, buongiorno!” le faccio. Purtroppo la mia faccia deprivata del sonno e della voglia di vivere non deve essere molto convincente e lei si scansa di lato e mi guarda con le sopracciglia turbate.
“Salve. Prego desidera?”
“Nulla nulla…sa, il mio amore mi ha chiesto di attenderlo a casa ma sciocchino! non è riuscito a farmi una copia delle chiavi e allora mi ha detto di chiedere a lei di farmi entrare, le spiace, sì?”
“Veramente non mi ha detto niente.. le dispiace se lo chiamiamo prima?”
“Ahahahahahah…ma nonò! Eccimancherebbe!”
La colpisco alla nuca con il soprammobile in giada che di solito è sul mio comodino.
L’ingresso è all’interno di una viuzza decisamente poco trafficata da altre persone. Siamo sole. Prendo le chiavi dalla sua borsa, apro la porta e la trascino dentro facendo rotolare il corpo come un barile.
Respiro a pieni polmoni l’aria dell’ingresso. Ci sono stata solo una volta, al primo appuntamento. Mi aveva offerto un aperitivo prima di uscire per cena.
Cammino.. no, saltello per il soggiorno. Sono euforica ed eccitata. Corro nella camera da letto, apro l’armadio e annuso una delle sue camicie già usate. Oohhh il profumo è delizioso, tocco il tessuto fremendo.
Vado in cucina e trovo i piatti della cena di ieri nel lavello. Sporcaccione.. hai lasciato alla nostra Bella Addormentata piatti e pentole da lavare!
Prendo un bicchiere usato e lecco il bordo tutto attorno con sommo piacere.
La sua saliva è nel mio cuore ora.
Apro il frigorifero per curiosare sulle abitudini alimentari di un uomo crudele ed egoista. E’ semideserto, un pianeta abbandonato. Rinvengo soltanto una bottiglia di vino rosso mezza vuota e una confezione di cavoletti di Bruxelles. Eccoli lì. Troneggiano con la loro simbologia scontata. Il cavoletto necessita di un clima freddo per crescere, un clima nordico. Prolifera senza calore. Proprio come lui. Freddo e senza sentimenti, prolifera nel mio cuore come una pestilenza. Mi scende una lacrima di autocommiserazione.
Richiudo il frigo.
A quel punto risulta consequenziale distruggere tutto.

Prendo una scopa dallo sgabuzzino e inizio a rotearla in soggiorno travolgendo lampadario, soprammobili, porta cd e dvd, oggetti vari sulla scrivania, vasi di piante. Dopodiché afferro una bella sedia in legno massello e la abbatto sul televisore a schermo ultrapiatto appeso alla parete, sui quadri e sul tavolino di vetro. Con un coltello da cucina squarcio i divani in pelle, i cuscini e le imbottiture delle sedie.
Non mi interessa la devastazione domestica globale. E’ solo un piccolo e sensato sfogo. Le altre stanze possono stare tranquille, mi sento già meglio!
Ripongo le armi improvvisate, mi liscio i capelli scompigliati, vado in bagno e prendo il suo profumo di Armani e il suo deodorante. Ne ho bisogno per dormire.

Rientro a casa decisamente più rilassata. Afferro il cellulare che avevo dimenticato in camera e trovo cinque chiamate perse.
Sue. Sue di lui. Proprio lui.
Occhi sgranati, paresi. Pressione vulcanica, battiti cardiaci sincopati.
Richiamo.
“Pronto ehi ciao! Oh cazzo non puoi capire cosa mi è successo! Ti prego possiamo vederci? Ho bisogno di sfogarmi con un’amica..”
“Ok, passa pure. Sono a casa”
Chiudo. Corro in bagno, doccia, vestiti puliti.
Butto in fondo a un cassetto il profumo e il deodorante.
Sistemo un po’ la casa.
Dopo un’ora suona alla porta.
E’ sconvolto.
Pare che qualcuno sia entrato in casa sua, abbia cercato di uccidere la signora delle pulizie e poi si sia divertito a distruggere buona parte degli arredi.
Io, faccia di bronzo. “Ma dove sei sparito questa settimana? Sai, ero un po’ preoccupata..”
“Lascia stare. L’appuntamento di lavoro che ti dicevo è stato un disastro ..per rimediare sono dovuto partire per la sede centrale del cliente, primo volo per la Grecia”. Ero talmente di fretta che ho preso solo il cellulare aziendale e così non avevo in memoria il tuo numero..cavolo mi sei mancata. Avevo così voglia di sentirti..”
Io, faccia di pietra. Scioglimento delle interiora. Scintilla di autostima e compiacimento. Gli sono mancata.
“Oh santo cielo! Ma che settimana orribile hai avuto! Ti prego resta qui a cena, cerchiamo di rilassarci, ti cucino qualcosa di buono, ok? Guarda..e io che mi lamentavo della mia, di settimana! Ho avuto tanto di quel casino al laboratorio che nemmeno ho avuto modo di contattarti.. anche se sarebbe stato inutile dato eri in Grecia. Oh tesoro…quanto mi dispiace..” – faccia contrita –
Ceniamo, facciamo l’amore, si ferma a dormire.
La mattina dopo mi abbraccia a lungo e torna a casa, ignaro, per cercare di sistemare il caos.
Mi siedo in cucina e sorrido. Inaspettata gioia. La calma dopo la tempesta. Lui è proprio magnifico, è perfetto.
Mi si mozza il fiato. La signora delle pulizie! Quella cretina si sarà ripresa…. mi ha visto! Per poco magari…e poi avevo gli occhiali da sole.. l’ho colpita mentre mi dava le spalle.. sarà in stato confusionale.. forse non vorrà più nemmeno lavorare in quella casa. Alla peggio eviterò di andare lì il sabato! Ma che pensieri assurdi faccio… sono forse questi i problemi della vita? Se sarà necessario la prossima volta colpirò più forte! Quel che conta è che lui mi ama. Piccolo dolce tesoro mio!

Ossessioni e altri passatempi

Si trascina senza meta per le strade buie,
cerca di spegnere il brusio nella testa
con un altro bicchiere,
in un altro bar,
in un’altra via della città silenziosa.
Non termina questa notte,
non ha una fine
e quando l’alba la spazza via
lascia la sua oscurità nello stomaco.

Le lenzuola sudate e le palpebre pesanti,
lo sguardo fisso sulla parete bianca del motel.
Non ci torna più a casa: sarebbe come stare sottoterra,
sarebbe come respirare polvere e macerie.

Perché lei non è più lì.

Lei scivola lontano verso una vita diversa
dove lui non è che un errore da scordare in fretta.

Si trascina stancamente attraverso notti sempre uguali
e desidera soltanto di poter non sognare,
di poter cambiare quel cupo ghigno in un sorriso umano.

Dove sei? Dove sei?

Rivede in ogni donna una parte di lei,
una parte che vorrebbe staccare e portarsi via
per appenderla in una bacheca illuminata e ricomporre tutti i pezzi
andati in frantumi.

Nella testa ormai il ricordo di quella donna è pura luce,
senza difetti e senza brutture
a cui aggrapparsi.
Nel cuore solo cenere,
Nei polmoni aria sporca.
Questa vita pare un incendio che qualcuno ha spento,
ma solo dopo averlo lasciato bruciare vivo.

La sta andando a cercare,
Ma lei non si farà trovare.

Perché lei lo sapeva da sempre che sarebbe potuta finire male.

Ottobre

Foto di Autumn Mott

Foto di Autumn Mott

Ottobre

Quando i colori, allentati,
non potevano lenire i venti,
che incolleriti smarrivano i miei versi
in parole disseminate
e ti giungevano mute,
venature di sangue indistinguibile
in burrasche tempestate di rosso,
in quel vermiglio adulterato
che colava palustre
tra le fronde,
in dimenarsi,
versandosi sulle mie mani
in grandinate di pietra.

Quando invece adesso
non cade più una foglia
in questo primo autunno.
E nulla ormai si macchia
perché i silenzi non tacciono nemmeno,
perché di quel freddo filettato in lame
che mi lastricava le ossa,
rimane solo un tratto stinto,
che brulica sui vetri in trasparenza.
È solo pioggia, che sciama incorniciata
e che vediamo scemar da dentro,
da dentro un mare
di versanti rilucenti
dei quali in lacrime stillavo
il versarsi:
era solo una pioggia più lunga,
solo insieme torna ad albeggiare.

Quando poi domani
potrà finanche nevicare,
col gelo in spasmi
e radure di fiocchi incotonate.

Quando ogni giorno
e in qualsiasi stagione
l’autunno vorrà tornare,
avremo un mese riavuto
come un nuovo dardo all’arco,
garante e protettore,
ambasciator dell’altrove,
di sempreverde alleanza:
nel riaversi,
il rinnovarsi,
in ottobre.

Rupa

"...la meraviglia temperata dell’alba dinnanzi: una sorgiva tra i campanili..."

“…la meraviglia temperata
dell’alba dinnanzi:
una sorgiva tra i campanili…”

Ci sono semplicemente delle persone che vanno comprese, comprese e basta. È inutile stendere migliaia di versi immaginari nel tentativo di smussare quei loro algoritmi complessi e risoluti, quegli ingranaggi che a stento macinano tra i loro denti i denti di altre ruote sempre più gravi e pesanti, sempre più lente. Ci sono personalità ormai troppo sedimentate per poterne diluire le idiosincrasie più aspre, quelle tonalità eccessivamente scure ormai dissolte nei pigmenti biancastri.
Ci sono costruzioni elaborate che hanno visto intrecciarsi nel corso degli anni strutture dell’immaginario, paradigmi di viabilità neuronale, riti e pianificazioni reali e ora non consentono un intervento plastico, visto che la loro rigidità risulta essere una conditio sine qua non della loro permanenza. Ci sono palazzi che possono soltanto crollare ad un certo punto, senza poter essere riconfigurati in alcun modo. Perché non dobbiamo considerare soltanto la forma di una risposta o il suo contenuto, non ci possiamo fermare alla grammatica, all’analisi sintattica, agli studi sulla percezione fonetica, alle capacità articolatorie che la producono. Dobbiamo considerare tutte queste istanze, ma non possiamo dimenticare che non solo sono tutte tramate in uno stesso tessuto, bensì sono filate e ordite di continuo e l’analisi di un punto già intessuto che presenta una determinata configurazione visiva pressoché geometrica, sarà il risultato di volontà creative, agentive e di strategie inconsce. Smagliando il tappeto filo per filo non arriveremmo mai alla comprensione del motivo soggiacente. Analizzando l’interezza dell’immagine prodotta, nemmeno. Lo studio dei telai ci condurrebbe alla medesima vacuità.
Sulla base di quale istanza, dunque, possiamo e dobbiamo comprendere? Quale risulta essere a suo avviso il perno su cui fare leva per avvicinarci alla comprensione di complessità spesso così ispide e irte?

Dal momento in cui questo quesito mi viene posto come parte terminale di un’esaminazione molto importante, dalla quale dipende una grossa porzione del mio futuro e sul risultato della quale ho investito gran parte della mia esistenza, non posso non sottolineare come quell’istanza che mi viene richiesto di individuare, descrivendone presumibilmente il percorso di germogliazione teorica, è la medesima di quella che mi permette in senso strettamente operazionale di rispondere.
La mia argomentazione è come una siringa che attinge la sua tinta da una soluzione nella quale è immerso l’ago che la riverserà nel tessuto fitto di questa breve trattazione. Mi viene infatti posta una domanda guarnita da un antipasto di orpelli metaforici e decorazioni linguistiche inutili, come se il solo fulcro del discorso “Sulla base di quale istanza, dunque, possiamo e dobbiamo comprendere?”, non bastasse di per sé a rendere la complessità del tema.
Questo mio osare nei toni con i quali mi rivolgo alla commissione è parte integrante della risposta, in quanto attesta una precedente ultimazione di una missione di comprensione.
Questo è ciò che mi azzardo a dire: se non avete compreso la mia risposta, allora non sentitevi in diritto di sedere al tavolo della disamina.
Ciò che concerne strettamente ed inscindibilmente la comprensione è l’approssimazione al vuoto, al nulla, alla mondatura completa da quelle istanze che pure ci conducono all’incrocio di questo nastro di Möbius. Laddove il vacuo coincide con il tutto, il tutto è compreso ed il nulla, essendo anch’esso incluso, ne rimane escluso.
La comprensione non è il vostro nevrotico atto di fede, ma l’esclusione della negazione e viceversa.
Vi sembrerò inviso, ma vi sono amico e più che mai vicino.
Ho avuto la fortuna di capire e comprendere la risposta che mi chiedete di fornirvi grazie alle attenzioni di un’entità difficilmente definibile. Era una casa, era un luogo, era il simbolo di un percorso, era una nonna premurosa, era un’anziana scontrosa, una rovina incipiente. Era tante cose assieme ed ha saputo ospitare tanto quanto allontanare.
La perfezione che ingenuamente andavo cercando, quella dietro la quale volevo marciassimo tutti, era la proiezione di una luce che risplendeva nella sua stessa ricerca. La perfezione era inclusione, la perfezione era la partecipazione, la perfezione è stata tutto questo ed è stata anche accogliere il dolore, le rinunce di chi a torto o a ragione ha voltato le spalle verso altri altari.
La perfezione ha il suo carattere, ruvido e viscoso, tenero e profondo, essenziale e colorato.
Ci sono semplicemente delle persone che vanno comprese, comprese e basta. Questa è stata una verità messa in atto, fondata e fondante di quel luogo, di quel simbolo. Persone di ogni genere e sorta sono state lambite da un qualche tipo di condivisione e sono grato a tutte, soprattutto a coloro che non hanno meritato, a quelle che erano così vicine da poter fendere le ferite più profonde, a chi è stato escluso, sepolto, dimenticato. Chi ancora conserva una tessera di quel mosaico lo sa, in cuor suo, nella completa sincerità; ne è consapevole e ciò gli basti per sempre come soddisfazione del bisogno di sentirsi protagonista della mia gratitudine.
Così, finisco come mi ha insegnato a porre termine alle cose quest’entità simbolica: il nulla torni al nulla. E come lei se n’è andata, senza banchetti o formalità, così me ne vado anch’io, senza lasciarvi spazio di replica, senza aspettare il vostro giudizio, atteso troppo a lungo, senza darvi il mio.

Rupa

Quel tuo silenzio, arcigno
mentre scheggiate dal vento
con ghigno esausto
ordivi reti magliate d’arazzi
per ingabbiarmi l’udito
dove si torceva, oscuro.
Sei stata nonna
con la corteccia di vetro alle mani,
con le tue ossa friabili, bagnate,
con la meraviglia temperata
dell’alba dinnanzi:
una sorgiva tra i campanili
e strali intrise di passato,
dietro, verso lontani e leardi arenili.
Fior di calcare,
espugnata dal bosco,
col terriccio tra le dita
hai tracciato un capoverso,
e così mi hai stretto in grembo.
Ora siedi a quella soglia,
per andartene,
non certo per restare.
Lontana dalla calca,
lontana dai rumori,
mi tingi un bacio aspro,
una morsa senza presa.
Sincera selce aguzza,
mordace ma mai cupa;
così io parto,
grato,
con te negli occhi,
Rupa.

Ladro

"Questa era la beffa che mi insudiciava il sorriso, che mi colava dai denti, che sputavo a singhiozzi di sollievo verso il cielo, verso la fucina dei venti, verso il sipario dell'alternarsi delle notti che avrei passato a piangere." Foto di Samuel Zeller

“Questa era la beffa che mi insudiciava il sorriso, che mi colava dai denti, che sputavo a singhiozzi di sollievo verso il cielo, verso la fucina dei venti, verso il sipario dell’alternarsi delle notti che avrei passato a piangere.” Foto di Samuel Zeller

Era la sera giusta. Lo sentivo, mi gorgogliava nelle mani un formicolìo inconsueto. Avevo fumato la prima sigaretta una ventina di sigarette fa, quando ancora c’era la luce. Quello era il giorno in cui avrei capito tutto. Avevo maledettamente paura di quel giorno, come ogni giorno prima di quello. Era per questo che bevevo, era per questo che cercavo di scappare da quello che ancora non sapevo, ma che era indiscutibilmente pronto a schiaffeggiarmi come un’ape si infila nell’occhio di un ciclista e disperata si tuffa tra le scogliere della morte per salvare la cosa più preziosa che ha. Non la sua stessa vita, ma il suo senso intimo. Non il reale ma il simbolico, ovvero la vita altrui, la sopravvivenza della sua appartenenza. Le vite degli altri, insomma, non la sua.
Come non avere paura di un avversario che non teme per la propria vita? Avrebbe fatto di tutto per uccidermi ed io ne ero estremamente consapevole. Ero lucido, come carta fotografica, lucido e pronto ad impregnarmi di colore, dei pigmenti di un destino che conoscevo già, senza averne mai visto il volto. Era come avere già la sensazione di un taglio non ancora infitto nella carne, come quando la ferita per pochi secondi esita a sanguinare, dando il tempo agli occhi di salutare per l’ultima volta quel lembo di pelle ancora intatto. Sapevo che ne sarebbe uscito molto sangue, sapevo che mi avrebbe fatto male. Sapevo che ero ancora in tempo per scappare, ma non l’avevo ancora mai fatto e non sarebbe stata di certo quella la prima volta. Quella era l’ultima occasione. Non era proprio l’ultima, per la precisione era l’unica, ma soltanto ora ne ero cosciente. Ero una nota stonata, tremendamente sforata, proteso in avanti, come un passo fatto prima che il terreno sul quale posarsi abbia il tempo di compattarsi.
Avevo paura, ma quella era la serata giusta.
C’era una musica che sfasava centrifuga i suoi ritmi e da lontano si ingarbugliavano i colpi corrugati, anime dannate in fuga dal fuoco. Stavo andando a bruciare.
Era buio, un buio insozzato di luci artificiali sguaiate, fredde e lapidarie, luci che nessuno ricorderà, luci che non illuminavano, luci che mantenevano omertose quel buio blu, quel blu quasi nero.
Quel colore intenso e sgranato che voleva confondere i corpi, che censurava i colori, che illanguidiva le carni confuse attorno a quei sorrisi incellophanati, che sudavano tabacco, quel colore era ovunque quella notte. C’era un muro di cinta e qualche fronda attorno, c’erano mani ovunque. C’erano riverberi opachi che mi passavano accanto e i profumi di un’incenso lontano nascosto nelle viscere marciscenti di un silenzio slabrato che mi pulsava nello stomaco con tonfi regolari e boati ingoiati a stento.
Ero al centro dell’attenzione di nessuno, avrei potuto decidere di rimanere un ricordo inconscio, un’impurità focale trascurata. Per qualche secondo provai a vestire quello scafandro ingombrante e rimanere sul fondo, dove solo il mio pensiero nuotava.
Accesi una sigaretta dopo essere riemerso nei suoni, nella costrizione ad un tono di voce marcato, nello sciabordio di scintille fasciate che perlustravano quel laboratorio di interazioni premeditate.
Ero affiorato come il sangue dalla ferita, dopo quei pochi secondi concessi allo sguardo. Ero arso dal terrore, ma deciso ad affrontare il destino, con le mie radici che già si abbeveravano di quell’acuqa che al fiume sarebbe arrivata in autunno, tra le secche d’un letto insabbiato di limo.
Pochi secondi, poche parole, un precipizio enorme spalancato dalle gelide tonsille. Una falda di lacrime di neve, dalla lenta evaporazione, come il brivido livido che esalano le grotte.
In quei pochi secondi avevo una tormenta di ghiaccio tra le mani, anestetizzate e dissolte nel buio. Non ricordo di aver avuto piedi o gambe, mi rimaneva soltanto una parte del busto ed uno sguardo abbarbicato in cima. Mi rimaneva soltanto la parte trafitta, come guida d’un chiodo che mi avrebbe infisso ad una brace di legno incandescente. Furono quelle poche parole a disboscarmi dentro, naufragando la speranza di aver ingigantito quella sensazione di vulnerabilità.
Quelle poche parole erano l’avversario che temevo di più. Finché mi resi conto che non temendo per la propria vita, l’avversario avrebbe temuto per la mia, perché io ero il suo senso, perché vicendevolmente gli avversari si conferiscono l’esistenza. Lo avrebbe fatto inconsciamente, come l’ape, e avrebbe offerto la sua vita a mio beneficio. Avrebbe punto, avrebbe infilato il suo stiletto nel burro delle mie carni più tenere, affondando nelle arterie, lacerando ogni tessuto con armoniosa maestria. Avrebbe colpito duro, poi mi avrebbe abbandonato tra le nevi, braccato dai lupi, graffiato dai venti vitrei. Avrei tinto quel pulviscolo di fiocchi bianchi con il mio vino carminio, con quell’intingolo di latte che mi defluiva caldo, denso e viscoso dal costato.
Avrebbe dato la vita per uccidermi, l’avevo già capito. Avrebbe perso la sua vita, prima della mia. Questa era la beffa che mi insudiciava il sorriso, che mi colava dai denti, che sputavo a singhiozzi di sollievo verso il cielo, verso la fucina dei venti, verso il sipario dell’alternarsi delle notti che avrei passato a piangere. Scherno amaro, lastra lavica grinzosa squarciata dal ribollire inarrestabile di una meraviglia colta. Fiore che non potevo seppellire senza esserne infestato, senza essere impollinato di grazia. Si sarebbe immolato tentando di ferirmi a morte, di spaventarmi, come aveva fatto fino ad allora. Ma il suo unico proiettile puntava alla sua tempia tempia.
Non avevo scampo e non l’avrei considerato: mi sarei fatto ferire a morte, avrei sanguinato, avrei agonizzato, ero pronto a farmi imprimere tutto quello spettro cromatico a colpi di scalpello.
Ci furono solo poche parole e mentre me ne andavo fui colpito alle spalle da uno sguardo che lambiva il terreno, calpestato dai ritmi di quella danza, da quel nastro che portava lontano, verso un sole nascente, verso la sorgente di quel fuoco, quel fendente che mi trapassava il torace.
Non mi voltai nemmeno, la sigaretta ignorata bruciò fino all’ultima striscia trinciata. Lasciai quella prova, lasciai pure tutta la refurtiva. Me ne andai subito, senza dire che ero appena arrivato, senza dover colpire il mio avversario.
Giaceva, privo di vita, ignorato, come la mia sigaretta, consunto. Aveva sacrificato la sua esistenza per una nobile causa: la mia.
Era stato il mio colpo migliore; era stato l’ultimo. Non era proprio l’ultimo, per la precisione era l’unico.

Ladro

Mi offro
in un mantice stellato che spilla a fiotti
e irrompe senza indugi
e detona il tuo sguardo nel riguardo,
dove ogni mio sproposito è asfaltato;
nella meraviglia senza rifugi
irrido il dolo d’un destin beffardo.

Xenopoiesi: Roberto Marino Masini, versi inediti.

masini

” Vibra la corda che ci unisce elastico tirato a suonare una nota improvvisata ed allora diversa, lontana parente della monotonia che cresce ovunque.”

Con grande piacere questa settimana Escripta ospita alcuni versi inediti del poeta Roberto Marino Masini. Un pennello che dipinge senza sbavature né orpelli, una penna dal tratto sincero e fertile, ma mai frondoso. Per conoscere meglio la sua poesia puoi cercare le sue pubblicazioni: Un profondo delicato (2002), Il tempo ci attraversa (2006), La delicatezza di un piacevole mistero (2006), I cedri del Libano (2007), Cercavi tra l’erba le parole (2009), Per disperata ostinazione (2014).

Mille volte rivedo il grido di libertà
nei vostri occhi che un tempo erano miei,
lo scuotere la frenesia adolescente per ritrovarsi uomini…
Ballare i giorni gli anni e guadagnare rimproveri
prediche da quale pulpito,
capisco condivido e capisco e condivido ancora
il sentimento di mio padre chino su di me nelle notti
bevute al suono di una lite in casa,
pronto alla fuga in osteria…

Piangono le croci le croci non ci sono
Suoni bui la scalinata scura l’odore stantio,
una discesa verso l’inferno
correre fuggire nel frastuono la mente sibila disturba
assonanza nella normalità.
Poi il silenzio concima la terra
l’aria germoglia sul vostro marcio vivere o morire
e neppure per un soldo.
Spendo la verità, la cambio senza sapere il perché
mentre scavo la buca dell’eternità
rifugio di un corpo esanime.
L’anima vola via senza guardare indietro
senza più coraggio.

Vibra la corda che ci unisce
elastico tirato a suonare una nota improvvisata
ed allora diversa, lontana parente della monotonia
che cresce ovunque.
Attenta, basta poco e tutto secca improvvisamente,
aggiungi l’acqua e sull’acqua un bacio e sul bacio
pizzica il suono per continuare, ricordalo.

Ho paura e la notte non giunge solita,
come un calabrone ronza intorno fiuta
annusa il possibile bersaglio.
La notte la mia paura si aggira nel giorno
attraversa il sole diventa raggio che finge,
non riscalda, brividi e battiti inconsci.

Porta sulle nuvole.

door

“Sono chiavistelli, nere serrature attraverso le quali filtra il colore di spazi sconfinati, di tempi inafferrabili.” Foto di Viktor Mogilat

Come si può scrivere il silenzio? Come lo si può descrivere? Quali sono le parole che traghettano sulle sponde di carta la sterminata pace che si prova quando si rimane immersi nelle acque della gratitudine, della pace? Come si possono usare delle esili macchie nere per comporre un colore?

Rimango a lungo a guardarti, mentre la luce ti cosparge e ti consacra, mentre senza accorgerti alle mani hai i guanti di velluto della maestria, quella padronanza del giubilo che si manifesta nel tuo sguardo, nella tua presenza, nel giubilo della padronanza.

Lacrime libere di scendere, lacrime che sanno e vogliono rimanere a bagnarmi gli occhi, perché è lì che custodisco la bellezza che le tinge di poesia.

Sono poche parole, sono esili macchie nere soltanto a prima vista.

Sono chiavistelli, nere serrature attraverso le quali filtra il colore di spazi sconfinati, di tempi inafferrabili.

Forse non si può scrivere il silenzio, non si può descrivere la pace, la gratitudine, la meraviglia. Ma si possono afferrare e con la stessa cadenza di questo respiro posso scrivere.

Nuvolate

Cosparsi del polline del mondo,
filiamo i punti cardinali
nei tessuti che si lavano di blu,
nei loro indissolubili chiaroscuri.
Torneremo a raccogliere
sopra gli stessi mari
quelle polveri macinate,
in gracili grane soffiate,
che ci franano
friate
tra le dita.
E di tutti quei pigmenti
avremo gli occhi innevati,
con gli arabeschi dei venti
in guizzi ricamati
tra le insenature
di tutte queste terre disgiunte.
Slegate,
eppur vestite dello stesso cotone
che fiocca a flutti
in nuvole aggrottate.
Espanse,
senza remore né dazio:
dinamiche nel tempo,
nubili nello spazio.

Danza d’orizzonte

"Il corpo immobile, come le altalene nei parchi al crepuscolo, quando la droga dondola già abbastanza i suoi nocchieri..." Foto di Aaron Burden

“Il corpo immobile, come le altalene nei parchi al crepuscolo, quando la droga dondola già abbastanza i suoi nocchieri…” Foto di Aaron Burden

Questo è il momento che preferisco in laboratorio. Adesso, quando tutti hanno già lasciato gli uffici e corrono a cercare la propria automobile, per poi infilarsi nel traffico come un’ago in un tessuto scuro, affollato di crune con lunghe code di cotone che balzano incurvandosi come delfini emersi, come in un continuo stantuffare di persone che si disperdono tra l’intermittenza delle luci della città. Novembre, piove, ma piove poco. L’acqua sembra essere trattenuta da una sacca gigantesca sopra ai grattacieli e ne sento tutta la pressione che cola goccia a goccia su tutte le tonalità di grigio.
Questo è il mio momento, perché tutti son lontani, ognuno segue il proprio percorso, lasciandomi spazio in ogni direzione.
Ognuno torna alla propria casa, qualcuno è già un sedimento calcareo sul divano nel proprio appartamento di dieci metri quadri al settimo piano vicino alla metro, con la tv sempre accesa e sacchi dell’immondizia pieni di colore: il rosso magenta delle patatine con salsa texana Mc Inguire, il viola e bianco del succo ai mirtilli Tropicans, il turchese delle ciambelle Woody, le etichette arcobaleno delle bibite Wonderwater. Ci sono madri che si affrettano a comprare agglomerati di farine e grassi nei supermercati ancora aperti, lontane dai loro bambini per tutte le ore di luce. Irrigidite dalla fretta avranno lasciato le loro case al mattino, quando la brina dell’aurora e il sudore dei loro affanni si incontravano sulle loro fronti, come lo strisciare plastico dell’alta marea. Ci sono padri che si fottono Denise, la giovane stagista che stanotte si guadagnerà un posto sicuro alla Emerald Butler Group. Padri che in venti minuti avranno saputo adempiere al compito evolutivo della riproduzione nella sua configurazione comportamentale completa, riuscendo a sedurre, copulare ed ingravidare. Padri che tra qualche mese dovranno costringere all’aborto una giovane ricattatrice, padri che dovranno pagare per sei anni i loro errori con un bonifico mensile pari al doppio dello stipendio di una segretaria. Padri che un giorno dovranno mettere fine a questo gioco, lasciando orfano di madre un piccolo lanciatore dei Lizards e tra i flutti dell’Hudson una carcassa dagli occhi blu come le vene sul suo seno.
Quando la mediocrità scivola nelle strade e nelle metro per seppellire le sue particelle corporee in loculi vetrati, alla città non rimane che un rantolo sordido, come un animale divorato dai parassiti ma ancora ansimante, abbandonato in una notte nella steppa, presto preda degli sciacalli.
La mia è necrofagia. Mi gusto con mielosa calma le carni lacerate e speziate dalla saliva assassina di chi giorno dopo giorno desidera la morte della polis, della civiltà, della cultura. Sicari inconsapevoli che temono la mietitrice e si imbottiscono di antidepressivi. Relitti sessuati che si eccitano alla vista dei coiti teatrali di sconosciuti. Il Central Park è il torace squarciato di questa gazzella dalla quale scorrono fiumi di un sangue putrido e nodoso, con quartieri lacerati da un massacro di cemento. Il corpo immobile, gli arti spezzati, gli occhi tirati al cielo, il ronzio delle ventole sui solai dei grattacieli come i respiri stentati che rendono l’aria alla Grande Madre, attraverso quel nero tartufo che non ha più germogli da fiutare.
Mi nutro di un esemplare adulto di eucariota con il lusso delle ore più silenziose, con la frenesia sotto carica per il domani, con l’umanità che urla la sua disperazione vera nei vicoli fumanti, nelle dita dei guanti strappate per poter fumare.

Ventitre anni fa non masticavo la carogna. Ma ora sono solo, solo a lottare contro questa imbecille sceneggiata.
In questo laboratorio abbiamo creato in provetta il primo encefalo umano maturo e questa notte potrebbe rivoluzionare il futuro dell’umanità.
Dopo anni di intensi studi e duro lavoro son riuscito ad eseguire il primo trapianto di emisfero cerebrale, con risultati eccezionali. L’attività cerebrale del nuovo organo ibrido, con emisferi provenienti da due patrimoni genetici differenti risulta aumentata del 129%, probabilmente a causa dello scambio di informazioni fitto che le due metà devono trasmettersi per adattare il loro status soggettivo ad una nuova situazione di unità. In questo laboratorio stanotte ho creato la comprensione!
Il progetto prevedeva l’unione delle altre due metà mancanti e la connessione di due encefali in maniera incrociata.
Ma non porterò mai a termine questa ambizione. Le implicazioni sarebbero sconvolgenti e non sarei il solo a non poterle sopportare.
Sono anni che sento di essere pedinato, intercettato, spiato. Sono anni che non posso fidarmi di nessuno. Quella ragazza che ho conosciuto al Downway bar l’altra sera era sicuramente un’agente federale. Non sono abbastanza attraente da portarmi a letto una bellezza del genere e non sono nemmeno abbastanza interessante. Non avevo fatto altro che lamentarmi, come al solito quella sera, con il mio linguaggio pieno di colori e profumi da discarica congolese. E lei voleva scoparmi? No, lei voleva i segreti del progetto Qadra, voleva fottersi i segreti della mente umana.
Anche il tecnico del condizionatore era della C.I.A. o di qualche altra agenzia. Da anni ormai rimanevo sempre in silenzio a casa, per paura delle cimici.
Stanotte sarebbe finito tutto.
Ero immobile, sulla mia sedia adeguatamente reclinata. Ero il nuovo Leonid Rogozov, ero l’eroe indiscusso della morale umana.
La mia mente correva come un cavallo imbizzarrito in tutte le direzioni. Sentivo, provavo, toccavo con mano la contemporaneità, gli spasmi ubiqui dell’espansione della comprensione. La metà dell’encefalo che mi ero trapiantato era quella della dottoressa Moldwin, che aveva firmato per la donazione degli organi per la ricerca mentre le stavo accanto nella nostra ultima notte d’amore, appena dopo aver pianto per ore la notizia del suo tumore.
Avevo il suo emisfero sinistro collegato al mio destro e mi sembrava di sentire le sue istruzioni precise, quella serie di ordini che mi impartiva al mattino quando ci frizionavamo i denti con gli spazzolini uguali. “ Devi proprio indossare quei pantaloni neri? Li togli subito e ti metti quelli nuovi rossi, non ti voglio vedere in laboratorio vestito da becchino. E domani prendi appuntamento dal barbiere, sembri un senzatetto dell’Oregon.” “Un giorno ci andrò in Oregon, per vedere se i senzatetto seguono la mia moda” – le rispondevo spesso sorridendo e baciandole la guancia ancora insaponata.
Ho già distrutto tutti i documenti, tutti gli anni di ricerca del progetto Qadra.
Sto per collegare l’altro encefalo ibrido al mio, avrò probabilmente pochi minuti di vita ancora, il mio cuore non reggerà.
Vi porgo i miei più cordiali saluti, lasciandovi una poesia scritta a quattro mani, a due encefali, prima ancora che il progetto Qadra potesse essere immaginato.
Buon risveglio.

Danza d’orizzonte

un passo indietro
per spostare l’orizzonte,
per trovar la posizione.
Un passo avanti
per poterlo prorogare,
possederne l’occasione.
Un passo insieme
per sapersi risuonare
lirica di sedizione.
L’unico passo
per avere un’orizzonte
da poter oltrepassare

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